Lectio su At 10,1-11,18 – d. Angelo Garofalo

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Lectio su At 10,1-11,18 – d. Angelo Garofalo

Lectio su At 10,1-11,18


Lectio di don Angelo Garofalo su At 10,1-11,18 all’apertura dell’Assemblea Diocesana che si è svolta venerdì 29 ottobre 2021 presso la Scuola Allievi della Guardia di Finanza di Bari
Una delle parole chiave degli Atti degli Apostoli è «uscita», che – sappiamo bene – è un concetto fondamentale del pontificato di Papa Francesco ed anche uno dei principi ispiratori del Sinodo di cui viviamo la fase del cammino diocesano.

 

Luca, nel secondo volume della sua opera, ci presenta una comunità, quella di Gerusalemme, che a partire dal giorno di Pentecoste inizia a crescere a dismisura, fino a quando l’orizzonte cittadino non è più sufficiente e la buona notizia di Cristo prende il largo.

È utile notare che l’evento scatenante dell’allargamento è stato un frangente molto drammatico per la comunità: il martirio di Stefano e la terribile persecuzione che si scatena, a cui segue la dispersione dei credenti. In questa occasione, dice il testo di Atti, «quelli […] che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola» (At 8,4). La persecuzione che si scatena a Gerusalemme sarà effettivamente il «tempo opportuno» per adempiere al mandato che Gesù aveva consegnato ai discepoli nel giorno dell’Ascensione: «Riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra» (At 1,8).

La comunità dei credenti appare, dunque, in continua evoluzione, poiché si lascia interpellare dagli eventi – anche quelli più drammatici -, illuminandoli con la Parola e la voce dello Spirito, che continuamente irrompe nella comunità e nel cuore dei singoli credenti, e spalanca soluzioni completamente inedite e inaspettate.

In tal modo il vangelo incrocerà le categorie umane più disparate, quelle che in una logica falsamente religiosa e moralistica sono considerate escluse. Entrano nella comunità gli odiati samaritani, l’eunuco escluso ed ora, con la conversione di Cornelio e della sua famiglia, anche i gentili/pagani.

Il movimento di uscita è molto impegnativo e complesso, poiché richiederà tanta riflessione e un accurato discernimento, trattandosi di reagire al nuovo che pian piano si dipana.

Abbiamo appena ascoltato un testo che ritrae un momento decisivo dell’ampliamento della comunità dei primi credenti: per l’appunto l’ingresso dei gentili.

Da una parte vi è Cornelio, un centurione romano, chiamato da Luca con l’appellativo di «timorato di Dio»: a Cesarea egli riceve in visione l’invito divino a richiedere una visita di Simone detto Pietro; e, dall’altra parte, vi è appunto l’apostolo Pietro, che mentre si trova a Giaffa, viene preparato a ricevere questo invito, mediante un sogno nel quale gli si mostra che non dovrà più fare distinzione fra cibi puri e cibi ritualmente impuri.

Colpisce la notevole ampiezza di questa narrazione ed il fatto che venga ripetuta due volte e poi anche richiamata da Pietro nell’assemblea di Gerusalemme:

«Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede» (At 15,7b-9)

Ciò sta ad indicare la grande importanza che Luca attribuisce alla vicenda nel contesto globale di Atti.

Ma entriamo ora ulteriormente nella vicenda di Cornelio e Pietro.

Cornelio, pur essendo un gentile, è «religioso/pio e timorato di Dio» (cf. Sal 115,11). I «timorati di Dio» erano «non giudei» che simpatizzavano col giudaismo. Essi, nonostante non fossero circoncisi e non osservassero la Torah nella sua completezza, si sentivano tuttavia in sintonia con il monoteismo dei Giudei e frequentavano le loro liturgie sinagogali.

Cornelio è anche dedito all’elemosina (al popolo) e alla preghiera (At 10,2), due pratiche fondamentali nella fede di Israele.

Ed esattamente mentre si trova in preghiera egli riceve la visione angelica: «Vide chiaramente in visione un angelo di Dio venirgli incontro e chiamarlo: “Cornelio!”. Egli lo guardò e preso da timore disse: «Che c’è, Signore?». Gli rispose: «Le tue preghiere e le tue elemosine sono salite dinanzi a Dio ed egli si è ricordato di te. Ora manda degli uomini a Giaffa e fa’ venire un certo Simone, detto Pietro (At 10,3-5).

Cosa avrà chiesto Cornelio nella sua preghiera? Si può supporre che abbia domandato a Dio di mostrargli il cammino della verità, permettendogli di approfondire ancora meglio la sua fede.

Il secondo personaggio è Pietro. Si trova a Giaffa, nella casa di un altro «emarginato», un tale Simone il conciatore. Emarginato, perché secondo la legge mosaica, chiunque tocca il cadavere di un animale o di una persona diventa impuro. Quindi, un conciatore è considerato un uomo costantemente in stato di impurità. Ora, il fatto stesso che Pietro sia in casa di Simone il conciatore indica che i muri stanno già cominciando a crollare nel cuore di Pietro.

Anche di Pietro Luca ci riferisce che sta pregando. Sappiamo quanto sia importante la dimensione della preghiera nell’opera lucana. E in tanti casi, nella Scrittura, rappresenta il contesto ideale per l’irruzione di Dio. Nel nostro caso, irrompe nell’esistenza di questi due uomini, così diversi, ma accomunati entrambi dal desiderio di realizzare la volontà di Dio nella loro vita.

Luca aggiunge anche un altro dettaglio: Pietro «ha fame». E mentre gli preparano del cibo viene rapito in estasi, letteralmente: «venne su di lui un’estasi (éxtasis)» (v. 10). La parola éxtasis indica l’esser portato fuori da se stesso. È il medesimo termine greco che i Lxx utilizzano per tradurre l’ebraico tardemah («sonno pesante»), quando si parla di Adamo che viene fatto addormentare da Dio perché si realizzi la creazione della donna dalla sua costola. Quindi è quell’estasi apre all’alterità e genera vita.

Nel caso di Pietro questa éxtasis indica che l’apostolo sta per esser tirato fuori da sé, dalla fissità dei suoi schemi, dai suoi convincimenti che sembrano irrinunciabili.

Ecco, dunque, la visione del lenzuolo calato dal cielo, che contiene ogni sorta di animali (At 10,11-12), e l’ordine dato a Pietro «Alzati (anastás), uccidi e mangia» (v. 13). Il verbo «alzarsi», in greco anístēmi, è un elemento caratterizzante delle vocazioni ed esprime una mozione interiore, ancor prima che quella fisica. Tornerà anche nel v. 20: «Àlzati, scendi e va’ con loro senza esitare, perché sono io che li ho mandati» (At 10,20).

Molto singolare a questo punto la reazione di Pietro, il quale si oppone e resiste strenuamente al comando della voce divina: «Non sia mai (mēdamōs), Signore, perché io non ho mai mangiato nulla di profano o di impuro» (v. 14). Come dire… “Si è sempre fatto così…” , o “Non è mai stato così…”. La rigidità è la più ostinata nemica del discernimento!

Pietro riconosce sì che il comando viene da Dio (lo chiama «Signore»), ma rifiuta di obbedire. Perché? La reazione di Pietro sembra evocare l’obiezione che è tipica dei racconti di vocazione. Pietro, effettivamente, si trova di fronte ad un vero e proprio ampliamento della sua vocazione. Già diverse altre volte l’apostolo aveva avuto reazioni forti di fronte a situazioni di novità. Ricordiamo tutti, ad esempio, come aveva reagito al primo annuncio della passione di Gesù: «Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo» (Mc 8,32). E Gesù l’aveva rimproverato a sua volta e gli aveva detto: «Va dietro a me, Satana!» (8,33a).

Nel nostro caso leggiamo, invece, che alla reazione di Pietro al comando divino, segue una dichiarazione della voce celeste, che chiarisce la visione stessa: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo profano» (At 10,15). Questa espressione sembra assumere la funzione della rassicurazione dello schema letterario delle vocazioni. Mentre, il segno, che solitamente accompagna la rassicurazione, sarà costituito dai messaggeri di Cornelio, prima, e Cornelio stesso e la sua famiglia, dopo.

Intanto, ciò che sta facendo la parola divina è riportare tutta la creazione alla sua bontà originaria (cf. Gen 1,25). E così viene rimosso un altro ostacolo allo sviluppo della Chiesa, che sta per esprime il suo carattere di comunità universale, aperta a tutti. Nessuno dovrà sentirsene escluso!

Dio non vuole che Pietro trasgredisca la legge, ma desidera solo renderlo partecipe del suo progetto originario. Non gli chiede nulla contro la sua retta coscienza, ma lo mette in guardia dal chiudersi alle novità che, nella sua la libertà, lo Spirito può realizzare.

Il Signore, in questo modo, sta preparando Pietro ad una conversione totale dello sguardo: come non c’è alimento che possa dirsi impuro, alla stessa maniera non ci sono esseri umani che possano essere detti impuri, vale a dire indegni di partecipare al disegno di salvezza.

La visione si ripete per tre volte (10,16: «Questo accadde per tre volte»). Il numero dice che quanto Dio ha deciso è irrevocabile. Ma Pietro rimane perplesso: «Pietro si domandava perplesso (diēpórei), tra sé e sé, che cosa significasse ciò che aveva visto» (10,17). Il verbo greco diaporéō significa, letteralmente, «essere fortemente nell’incertezza». Difficile, in effetti, per Pietro capire il senso di quanto sta accadendo, e lo sarà anche per il resto della comunità, come si vede poi nel seguito del racconto.

Ma la perplessità dell’apostolo non costituisce per lui motivo di inoperosità. È vero che non ha ancora compreso dove lo condurrà questa vicenda, ma è disposto ad attendere che il Signore gli offra maggiore chiarezza.

Gli eventi successivi gli suggeriranno l’importanza di volgere particolare attenzione alla realtà che lo circonda. È attraverso di essa che Dio chiarisce il suo disegno; d’altra parte, il dialogo di Dio con gli uomini non è mai espresso in una dottrina, ma sempre mediante un cammino, una via da seguire. Questo cammino obbliga a rinunciare ad ogni forma di fissismo e di dogmatismo, e comporta il lasciarsi condurre da Dio con grande docilità.

Pietro non potrà entrare nel significato di quanto sta accadendo, se non viene aiutato, se non si mette in cammino. Ciò avviene nel passaggio successivo, quando lo Spirito suggerisce all’apostolo di non opporre resistenza e di accettare l’invito dei messaggeri di Cornelio. Ecco, allora, che gli effetti positivi di quanto ascoltato nella visione cominciano a evidenziarsi: sentito il racconto della visione di Cornelio, Pietro chiama a sé quei pagani e li ospita (v. 23). Il codice del puro e impuro, applicato a persone, comincia ad essere superato dall’apostolo, il quale si comporta, ora, in maniera opposta rispetto alla reazione avuta all’invito di mangiare la carne di animali puri e impuri (v. 16).

Ma il pieno superamento si avrà solo nell’incontro dell’apostolo con Cornelio. Allora l’esperienza di Cornelio e quella di Pietro riceveranno piena luce l’una dall’altra.

Quando i due protagonisti della storia, un «puro» e un «impuro», si incontrano, Pietro afferma: «Voi sapete che a un Giudeo non è lecito aver contatti o recarsi da stranieri (allòphylo: “uno di altra stirpe”)» (At 10,28a). Ma, subito dopo, la narrazione lascia intendere che Pietro ha ormai ben compreso il significato simbolico della visione avuta: gli animali raffigurano gli uomini. Il puro o l’impuro concerne non tanto gli animali, quanto il cuore dell’uomo. Ecco, dunque, come l’apostolo ritraduce l’intervento divino: «Ma Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo» (v. 28b).

Il volto di Cornelio, la sua affabilità, la sua docilità al progetto di Dio, faranno il resto e piegheranno definitivamente l’apostolo Pietro al nuovo ordine stabilito da Dio. La missione presso i pagani non è un progetto umano, ma nasce da una precisa volontà di Dio, che si manifesta nella storia concreta di Cornelio e della sua famiglia: «Ciò che muove il cuore di Pietro non è un confronto teologico, una disquisizione sui principi, ma l’incontro con questo pagano, in carne e ossa, l’incontro con la sua storia di vita» (Dall’Omelia di Mons. Giuseppe Satriano per l’inaugurazione della fase diocesana del cammino sinodale, 16 ottobre 2021).

Non è stata cosa ovvia per l’apostolo, ma raggiunge la meta in fretta e con lucidità, sottoponendosi a «una vera e propria conversione, un passaggio doloroso e immensamente fecondo di uscita dalle proprie categorie culturali e religiose: Pietro accetta di mangiare insieme a dei pagani il cibo che aveva sempre considerato proibito, riconoscendolo come strumento di vita e di comunione con Dio e con gli altri» (Documento preparatorio – Sinodo 2023, n. 23).

E non è ancora finita, perché il racconto-testimonianza di Cornelio conduce Pietro ad una consapevolezza ancora più profonda del cuore di Dio: «(Egli) prese la parola e disse: “In verità sto rendendomi conto (katalambánomai) che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga”» (10,34-35). Molto significativo l’uso del verbo katalambánō – “rendersi conto”, che coniugato al tempo presente nella diatesi media, sta ad indicare un processo ancora in atto. Pietro è in cammino.

Quanto avrà contribuito a questo cambiamento di prospettiva l’aver camminato insieme agli uomini (pagani) di Cornelio da Giaffa a Cesarea? La scena precedente, infatti, inizia con Pietro che obbedisce al comando divino e parte con loro (v. 23). «Va’ con loro» (v. 20), gli aveva ordinato lo Spirito.

«È nell’incontro con le persone, accogliendole, camminando insieme a loro ed entrando nelle loro case, che (Pietro) si rende conto del significato della sua visione: nessun essere umano è indegno agli occhi di Dio» (Documento preparatorio – Sinodo 2021, n. 23).

Papa Francesco, dal canto suo, nel messaggio per la 55a Giornata delle Comunicazioni Sociali (2021), afferma: «È necessario uscire dalla comoda presunzione del “già saputo” e mettersi in movimento, andare a vedere, stare con le persone, ascoltarle, raccogliere le suggestioni della realtà, che sempre ci sorprenderà in qualche suo aspetto»

Nel percorso da Giaffa fino a Cesarea, condiviso dai due diversi gruppi che accompagnano Pietro, cioè da sei fratelli ebrei (che poi serviranno da testimoni dinanzi alla Chiesa di Gerusalemme: At 11,12) e dai tre messaggeri di Cornelio, gentili, si profila già l’immagine della nuova comunità formata da ebrei e gentili insieme. Pietro, senza saperlo ancora, si trova al centro di una svolta decisiva nella storia della salvezza.

Sono cadute le barriere che da un punto di vista meramente culturale e religioso erano sembrate fino a quel momento invalicabili. Lo lascerà intendere l’apostolo stesso nel suo discorso-annuncio (vv. 34-43) rivolto a Cornelio e a tutti i presenti: la salvezza è destinata a tutti gli uomini. Ed è indubbio che la svolta è resa possibile solo in Gesù Cristo: «Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti» (At 10,36).

Luca non cancella il privilegio d’Israele come popolo che ha ricevuto la rivelazione, ma afferma che il Vangelo nato in seno al popolo eletto è destinato al mondo intero, poiché con l’evento pasquale, che è fondamento e materia di ogni predicazione, Gesù è stato costituito sovrano universale.

Ma torniamo al racconto: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola (At 10,44). Avviene una vera e propria nuova Pentecoste, analoga a quella dell’inizio: gli effetti sono simili, compreso la glossolalia (parlare in altre lingue). E tutto questo si svolge sotto gli occhi dell’apostolo e degli altri fratelli ebrei, i quali vengono colti di sorpresa.

Ebbene, lo Spirito Santo precede il battesimo, ad indicare che il battesimo è un atto di obbedienza della Chiesa all’iniziativa divina. Pietro, infatti, a questo punto non può che prendere atto di tale straordinaria e sconvolgente azione di Dio: «Chi può impedire (kōlŷsai) che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?» (At 10,47).

È fatta! I primi pagani vengono battezzati.

Resta ormai solo il confronto con la comunità di Gerusalemme, che è preoccupata soprattutto del fatto che Pietro sia entrato «in casa di uomini non circoncisi e» abbia «mangiato insieme con loro» (11,3) e lo rimproverano (11,2).

Ma l’apostolo «in quel momento di conflitto, […] racconta quanto gli è accaduto e le sue reazioni di sconcerto, incomprensione e resistenza. Proprio questo aiuterà i suoi interlocutori, inizialmente aggressivi e refrattari, ad ascoltare e accogliere quello che è avvenuto […], in un processo di discernimento che è un ascolto dello Spirito in comune» (Documento preparatorio – Sinodo 2023, n. 24).

Insieme ne trarranno le conseguenze teologiche ed ecclesiologiche, soprattutto quando Pietro dirà, per concludere la sua replica ai fratelli di Gerusalemme: «Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?» (11,17). Il tema dell’impedimento era emerso anche nel caso del battesimo dell’eunuco (At 8,36: «Che cosa mi impedisce di essere battezzato?»). Evidentemente nella Chiesa primitiva era abituale chiedersi se vi fosse qualche «impedimento» al battesimo di una persona, prima di procedere.

Il racconto-testimonianza di Pietro, soprattutto la questione dell’effusione dello Spirito (11,15), risulta a tal punto convincente che non solo le critiche iniziali vengono ridotte al silenzio, ma l’uditorio giunge perfino ad esprimere la sua lode a Dio per aver concesso anche ai gentili di entrare nella comunità dei credenti: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!» (11,18b).

Pietro è il primo tra gli Apostoli. Ma tutta la Chiesa apostolica è più grande di lui. È stato Pietro che per primo ha battezzato un gentile, ma è stato necessario il confronto con la comunità apostolica, perché la scelta fosse condivisa e assumesse il carattere comunitario. Nessun personalismo, dunque, da parte dell’apostolo Pietro. La sua missione presso le genti non è una scelta solo sua, ma dell’intera Chiesa apostolica mossa dallo Spirito.

D’altra parte, già lo svolgimento dei fatti ha avuto un carattere distintamente comunitario: «Sia Cornelio sia Pietro coinvolgono nel loro percorso di conversione altre persone, facendone compagni di cammino. L’azione apostolica realizza la volontà di Dio creando comunità, abbattendo steccati e promovendo l’incontro» (Documento preparatorio – Sinodo 2023, n. 24).

Da questo racconto, così ricco di dettagli, apprendiamo che l’annuncio del vangelo è davvero efficace e dirompente solo se vissuto come atto comunitario di obbedienza a Dio e se si ha il coraggio di andare verso il nuovo, l’inaspettato, il totalmente inedito, lasciandosi condurre dalla freschezza dello Spirito.

«Vivere il Sinodo», auspicava il nostro vescovo Giuseppe, a conclusione della sua omelia del 16 ottobre scorso, «ci aiuti a riascoltare la voce dello Spirito che precede la Chiesa e la orienta nel suo cammino».

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